Una piccola riflessione personale sulla pratica forzata e non, due parole che ho elaborato per capire meglio la differenza tra passione/allenamento e forzatura sconsiderata. Spero che possa essere d’aiuto e che vi faccia riflettere su come viviate giorno dopo giorno il vostro parkour :)

È ormai da tempo che mi interrogo su questo argomento senza venirne a capo; o meglio, sentendo di aver trovato la mia risposta, ma con la paura delle sue possibili ripercussioni. Credo di essere un bravo traceur: mi impegno nel mio allenamento quotidianamente, nello studio delle tecniche e nella preparazione fisica. Cerco di mantenere vive e di alimentare ogni giorno di più le fiamme dello spirito che avvolge e permea il Parkour, ad ogni livello. Svelo i valori che sono racchiusi da questa meravigliosa disciplina, li lavoro come pietre preziose, li affino il più possibile e tento di farli miei e di assimilarli.
Sento molti traceur parlare di Parkour come filosofia di vita: io ho cercato di familiarizzare con questa espressione e a volte l’ho anche usata, ma provando sempre disagio nel dirla. La sensazione che mi provoca è paragonabile a quella che avrei facendo parte di un gruppo elitario e isolato, quasi facessimo parte di un circolo privato. Io non mi vedo così. Il Parkour per me non è una linea chiusa, ma aperta e spezzata in più punti. È un collante, qualcosa da inserire a tratti nel nostro modo di concepire la vita. Alcuni dei traceur più validi e dedicati vivono per fare Parkour, io voglio fare Parkour per vivere. Non voglio rimanere schiacciato da esso, non voglio diventare un parkour dipendente.
Fin qui possono essere d’accordo in molti, ma adesso metterò in dubbio gli stessi valori che ho imparato a sviluppare e ad apprezzare in questi anni. È senz’altro una cosa buona il cercare di estrarre dei valori dalla nostra arte ed è buono coltivarli, ma fino a che punto? Quand’è che si smette di coltivarli e si inizia ad essere coltivati? Il buono, perfino nel bene, esiste fintanto che c’è il controllo. È un bene ripetere un esercizio cento volte anche se non se ne ha voglia? Si. È sempre un bene? Per come la vedo io, no. La mia idea di traceur si affianca a quella di Uomo e un uomo non può e non deve sempre costringersi a fare. Un uomo deve saper costringersi ma deve saper lasciar andare, allo stesso tempo; deve sapersi divertire, deve sapersi rilassare, deve imparare a godere.
I valori in se sono cose positive, ma se troppo cresciuti limitano la visuale al pari delle erbacce. Volendo spingersi troppo in là, perfino in comportamenti virtuosi, c’è il rischio di lasciare indietro quel valore che si tentava di perseguire e di cadere nel vizio. È importante saper mantenere un equilibrio in tutto e le virtù, per rimanere tali, hanno bisogno di un certo autocontrollo, di un confine oltre il quale non spingersi perché territorio di altre forze, interne o esterne, e di altri valori. Il rifiuto in questo caso può elevarsi a virtù e la cieca disciplina abbassarsi a stupidità. È importante tenere a mente che esistono linee invisibili che non vanno superate, limiti che confinano valori dei quali è bene non perdere il controllo. È bene che ognuno di noi abbia e sappia riconoscere il proprio limite del buonsenso. In questo caso il vero demone diventa l’idealismo stesso e l’esaltazione del troppo buono. Forse l’uomo, per essere Uomo, deve perseguire il senso del Giusto invece che dell’eccesso e quello della Misura, calibrata, piuttosto che dell’abuso; perfino nel Bene.