La via dell'esploratore

“Non morrò una vita non vissuta.

Non vivrò nella paura di cadere

O di prendere fuoco.

Scelgo di prendere possesso dei miei giorni,

di lasciare che la vita mi apra

e mi renda meno impaurito,

più accessibile,

e sciolga il mio cuore

fino a che non diventi un paio d’ali

una torcia, una promessa.

Scelgo di mettere a rischio il mio significato;

per vivere

così che ciò che mi è stato dato come seme

passi al prossimo come germoglio

e ciò che mi è stato dato come germoglio

diventi frutto.”

 

                                          – Dawna Markova

 

Ciò che noi oggi conosciamo come parkour o freerunning è iniziato con una ricerca: una ricerca di forza, una ricerca della prossima sfida, una ricerca di quel ‘qualcosa’ di intangibile nelle nostre vite che tutti cerchiamo e soltanto pochi riescono a trovare. Questo qualcosa, penso, è sepolto nel cuore del parkour, così come è sepolto all’interno di tutte le vere discipline e dei processi di trasformazione, qualcosa che è stato lì in forma grezza fin dall’inizio, praticato istintivamente da molti dei fondatori, forse a causa della natura fortemente esplorativa di quello che stavano facendo.

 

Anche negli anni della formazione è sempre stato solo vago e mal formato, difficile da afferrare o trattenere a lungo. Qualcosa che non poteva essere facilmente messo per iscritto, ma solo sperimentato. Come ha sottolineato il Vecchio Maestro, “la vera via è la via che non può essere espressa a parole” – che forse deride questo pezzo – ma per una volta ho intenzione di ignorare la saggezza di Lao-Tzu e andare avanti.

 

E’ sempre più facile seguire percorsi che sono stati già tracciati piuttosto che trovare il nostro. Creare il proprio percorso attraverso paesaggi selvaggi richiede sforzo, determinazione, grande coraggio e capacità di ignorare la “saggezza convenzionale”, che immancabilmente farà del suo meglio per dissuaderci anche solo dal provarci.

 

Eppure questo è esattamente ciò che le prime generazioni di praticanti hanno fatto: hanno trovato un nuovo percorso e da quella ricerca quotidiana sono nati un concetto e un’idea che hanno preso fuoco e continuato a bruciare fino a quando non hanno raggiunto letteralmente quasi ogni angolo del mondo. Questa e’ una cosa incredibile che non accade molto spesso.

 

Tuttavia, non sono state particolari tecniche o movimenti del parkour a catturare l’immaginazione di quel crescente gruppo di praticanti originari. Dopo tutto, gli esseri umani saltavano più in lungo dei pionieri del parkour già da decenni in gare sportive esistenti, sollevavano più peso, si arrampicavano più in alto e meglio, eseguivano acrobazie molto più difficili.

 

Che cosa dunque, esattamente, ha reso il parkour così speciale?

 

Per me, è quella cosa sepolta – quel tesoro che troviamo quando intraprendiamo la nostra personale ricerca e troviamo la nostra strada, quando affrontiamo noi stessi onestamente, ponendoci le grandi domande senza rifuggire dalle risposte.

 

E’ la conoscenza di sé stessi; qualcosa al di là delle ambizioni limitate dell’ego e dell’orgoglio e dell’insicurezza dietro alla lotta per il successo e per il riconoscimento da parte degli altri. Queste cose semplicemente non valgono nulla. Inganni, tutte.

 

E’ responsabilità personale; rendersi conto che tu e soltanto tu sei responsabile delle tue azioni, dei tuoi pensieri, delle tue scelte, senza sentirti oppresso da tale realizzazione, ma fortificato.

 

E’ fiducia in sé stessi, imparare a lasciar andare la stampella di un’autorità esterna e a camminare sui propri piedi, indipendentemente da quanto difficile possa sembrare a volte.

 

E’ capire il valore e il significato del viaggio stesso. Che il tesoro alla fine del percorso è, semplicemente, altro percorso.

 

Per i primi praticanti, forse, era più facile trovare queste cose. Allora, prima di YouTube, prima che MTV, Red Bull e simili decidessero di prendersene un pezzo, prima di lottare per essere di fronte ad una telecamera, quella ricerca era tutto quello che c’era – c’erano meno distrazioni, meno rumore e disinformazione. Sì, c’era meno accessibilità e anche meno evoluzione, ma l’essenza del parkour – il suo reale valore – era probabilmente più facile da identificare.

 

Per me, il parkour – come con tutte le cose che facciamo – dovrebbe essere un’estensione del nostro modo di vivere, delle nostre filosofie, del nostro modo di lavorare, di giocare, di lottare e di amare. Si dovrebbe riflettere in ogni scelta che facciamo, ed essere riflesso nel modo in cui ci comportiamo nella nostra vita quotidiana, quando non ci alleniamo. Dovrebbe essere parte di un tutto. Questo è ciò che significa essere un individuo – una persona ‘non-divisa’. L’allenamento del parkour può ricordarci la quintessenza della vita, il valore della sfida e del rischio, la consapevolezza dell’impegno quotidiano, la qualità che dovremmo mettere in ogni azione, operazione o movimento.

 

Una delle bellezze del parkour è che ci costringe ad essere pienamente presenti nel momento, cosa che crea un allineamento – per quanto scomodo per noi – di corpo e mente raramente sperimentato nella vita moderna. Succede anche nel combattimento.  E’ trovarsi in una situazione che non si può risolvere solamente attraverso l’acutezza mentale o la capacità fisica – entrambe sono necessarie, devono lavorare mano nella mano, per raggiungere l’obiettivo.

 

E’ rendersi conto che siamo in un processo che dura tutta la vita, e che ogni nuovo passo che facciamo, è il più importante che faremo. E in questo processo, questa esplorazione, impariamo qualcosa che semplicemente non può essere espresso a parole.

Autore: Dan Edwardes

Articolo originale: http://www.parkourgenerations.com/blog/parkour-way-pathfinder