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23/07/2021

Li abbiamo visti saltare e atterrare tra muretti, corrimano e gradini all’uscita di metro Garibaldi o in via Pepe, al confine con l’Isola. E abbiamo assistito al cosiddetto balzo “kong”, ripreso dal repertorio di movimenti delle giovani scimmie . Sono i ragazzi del parkour, disciplina nata in Francia nella metà degli anni Ottanta, che prevede di affrontare in velocità un percorso urbano ad ostacoli di derivazione militare tra corse, arrampicate e volteggi. Per saperne di più su questa attività diventata fenomeno del web, abbiamo intervistato Davide Polli, storico tracciatore (così si chiamano i praticanti del parkour), presidente di A.S.D. Parkour Milano e tra i fondatori di Milan Monkeys | Parkour & Freerunning. Davide ci ha “tracciato” la mappa degli spot, oltre ad una linea netta tra parkour e free running, saltando dal tema sicurezza ai rapporti con la città, fino ai tuber a caccia di like per poi atterrare sul tema a lui più caro: la gioia dei bambini nell’ammirare dei veri ninja in azione.

PN: Il vostro sito apre con una citazione di Nietzsche: “L’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia.” Prima di “saltare” a conclusioni affrettate, cosa intendi dire?
DP: Di non dimenticarci la nostra parte animale, perché non siamo solo persone che muovono le dita davanti al pc. La società ha atrofizzato la nostra motricità animale dotandoci di tanti accrocchi accomodanti ma anche “contro natura”.

PN: Come sei entrato in contatto col parkour?
DP: Sono sempre stato uno sportivo, a 6 anni facevo free style snowboard e a Milano mi allenavo in palestre di ginnastica, di braking, di skate. Se ne parlava negli spogliatoi come qualcosa di distante dal nostro paese. Ai primi raduni nazionali eravamo in 40, proprio quattro gatti, anzi, quattro scimmie! Poi si faceva ricerca sul web e ci allenavamo in modo casuale all’aperto inventandoci dei piani di allenamento, poi ci siamo perfezionati e siamo andati a conoscere i fondatori in Francia, tutta gente over 50 che si allena ancora. Il confronto ci ha dato un metodo per affrontare la disciplina. Quindi un po’ da loro, un po’ dalla ginnastica e dalle arti marziali, abbiamo creato il nostro stile di allenamento. Poi siamo cresciuti e nel 2008 abbiamo organizzato degli incontri domenicali a scopo divulgativo, tra amici e appassionati di “movimento”.


PN: Come si definisce un praticante il parkour? Parkourer? Scimmia?
DP: Traceur, tracciatore. Perché traccia delle linee. L’idea alla base è superare gli ostacoli che ti separano dal traguardo, procedendo il più possibile in linea retta. 

PN: La differenza tra parkour e free running?
DP: A mio parere il parkour è una disciplina che mira a sicurezza, efficienza, velocità. Qualunque salto mortale o acrobazia superflua come salti in avanti, indietro, verticali, non è parkour. Il parkour nasce in ambito militare e non prevede queste “divagazioni” nei percorsi, altrimenti diventa free running. Quindi parkour efficienza, free running spettacolo. Parlo di tracciatori “puristi”. Io sono stato uno dei primi free runner ma i puristi sopravvivono. Il punto è che a gli occhi di un bambino se fai un salto mortale sei un ninja e ne guadagni in rispetto e attrattività.

PN: E’ opinione comune che il parkour riguardi l’altezza, i tetti, senza conoscere cosa c’è dopo ad ogni salto.
DP: Il problema è che la diffusione mediatica non corre di pari passo con l’informazione , che oltretutto non riguarda la verticalità e che deve rispettare sempre la sicurezza. Viviamo una società nella quale devi lanciarti dal quarto piano per finire sui social, perché la società lo pretende.
Noi abbiamo fatto serie tv e pubblicità, ma lo facciamo dopo anni di allenamento e perché ci pagano, non perché ci riprendi col cellulare. Prima dei follower e dei like viene la mia incolumità, chi azzarda non fa parkour, le nostre sono sempre sfide controllate. Ci hanno associato a quelli che si tuffano dai balconi nelle piscine , a quelli che si mettono sopra i treni, persino a quelli che sui binari aspettano l’ultimo secondo prima di scostarsi dal treno che passa. È per mancanza di conoscenza dell’attività. Le conseguenze dannose sono le mitizzazioni, i ragazzi che si fanno i video. Noi insegniamo a uscire dalla tua zona di comfort. Se ti faccio fare un normalissimo salto in avanti a terra sei ok, ma se ti porto in alto, introduco un nuovo parametro che la tua mente deve elaborare e tenere sotto controllo, è spirito di conservazione e la paura è quella che ti tiene in vita facendoti fare un passetto indietro quando serve a mantenerti “integro” (e non solo nel senso di purezza della disciplina).

PN: C’è un legame tra parkour e arti marziali?
DP: La ripetizione che permette di interiorizzare le tecniche. Non devi pensare a dove sei, ma a cosa fai. Ripetendo per migliaia di volte lo stesso movimento devi arrivare ad un punto in cui nulla ti condiziona più nel suo svolgimento. Automatismi che fanno estraniare dal contesto, potenziando la capacità di concentrazione.

PN: Un po’ come lo slackline, attraversi un burrone in equilibrio su una corda appesa nel vuoto come fossi a 10 centimetri di altezza nel giardino di casa dove hai cominciato anni prima.
DP: Esatto, devi allenare il cervello oltre che i muscoli. Tutti hanno il senso primordiale della vertigine, solo allenandoti puoi arrivare a quello stato mentale di tranquillità che ti permette di avere il controllo. Tornando alle arti marziali, oltre alle cadute ci sono analogie con i calci “butterfly twist” del wushu.

PN: Il parkour è visto come “clandestino” perché street e senza “permesso sociale” come lo skate, la street art…? D’altronde abbiamo visto che quando le istituzioni concedono degli spazi per i graffiti si perde il gusto della bomboletta scossa al buio. Che ne pensi?
DP: Se vai a 25 all’ora su un marciapiede col monopattino fai parte del panorama urbano, se facciamo uno show può succedere che in aree come la Bicocca ci allontanano quelli della sicurezza solo perché stiamo facendo ginnastica all’aperto.

PN: Non è che per caso il punto è la sicurezza e la responsabilità in caso di incidente?
DP: Centro! Io sono anche responsabile legale e mi duole ricordare che quei primi incontri fatti davanti alla gente a scopo divulgativo, oggi non li facciamo più per motivi assicurativi. Noi siamo un’azienda e abbiamo i nostri strumenti di difesa, ma ci sono tanti ragazzi “sciolti” e un po’ incoscienti che non sono in grado di proteggersi.

PN: Sul sito vedo che siete molto ben organizzati, prestando la vostra arte anche per la pubblicità e il cinema, oltre che per eventi aziendali. Qualche aneddoto legato alle vostre “comparsate”?
DP: All’inizio ci prestavamo un po’ a tutto per finanziarci e per avere visibilità, crescendo ci siamo strutturati e siamo entrati in contatto con multinazionali della telefonia o dell’automotive. Per lo spot di una supersportiva tedesca ad esempio ci siamo esibiti in Sardegna, serviti e riveriti. Anche la tv è una bella esperienza. Bello anche con Brumotti per Striscia, abbiamo riempito piazze con 20 o 30 mila persone, senza dimenticare le Final Eight di Basket.

PN: Sul vostro sito aprite le danze con una dichiarazione senza compromessi: siete il team più grande e più solido di Milano. Questo perché altri team si sciolgono presto?
DP: La passione se non si struttura trova il tempo che trova, è bella ma con due capriole non ci paghi il mutuo.

PN: Quali arredi urbani sfrutti?
DP: Tutti. Il tracciatore si adatta a quello che trova e più pratichi e più aumenta il raggio dell’utilizzabile. L’esperienza ti apre un mondo di applicazioni, diventi creativo. A volte porto dei principianti in un posto con tre muretti e un marciapiede e questi mi guardano sconcertati perché non immaginano come possano passarci un’ora intera. Senza sapere che se volessi potrei inventarmi esercizi per farli lavorare non una ma quattro di ore.

PN: Usate protezioni?
DP: No, se pratichi bene non servono, ci pensa il corpo a proteggersi nel tempo con calli e indurimenti vari.

PN: La cosa più figa che sai fare?
DP: Double kong o double monkey, ripreso da un movimento reale delle scimmie da piccole (ci mostra un suo video dal cellulare). Poi c’è il monkey precision che puoi collegare a tutta una serie di altri passaggi. La cosa bella è vedere come cambi, diventi più calmo, più cosciente, più forte.

PN: Quanti segni ti ha lasciato sul corpo il parkour?
DP: Rotto la clavicola facendo un gap molto alto, quando cadi devi trasformare il movimento verticale in longitudinale per dissipare energia, ma sono caduto sull’erba bagnata da 3 o 4 metri d’altezza, solo colpa mia perché non avevo controllato prima.

PN: La gente sa dove trovarvi solo se organizzate un evento?
DP: Sì, di solito sì, la gente si ferma quando ti incontra se ti alleni e allora fai un po’ di cinema anche per la gioia dei bambini.

PN: Dove vi allenate a Milano?
DP: Di spot dove allenarsi ce ne sono tanti, ora che abbiamo la palestra abbiamo meno tempo e usciamo solo nei weekend, ma volendoli elencare: Bicocca, Romolo, storico e divertente ma solo se sei forte perché è in altezza, hai spigoli vivi, tanto marmo. Belli anche Garibaldi, via Pepe, tutti i navigli, la Darsena…

PN: Garibaldi dove?
DP: Uscita della metro e via Pepe. Gae Aulenti è bella ma è flat. Potrei farlo come show ma non per allenarmi.

PN: Cosa potresti portare in scena in Portanuova?
DP: In BAM se vuoi fare uno show servono strutture, posso chiamare atleti “coi petardi nelle ginocchia” ma dopo che hanno fatto avanti e indietro 4 volte si chiude il sipario e tutti a casa. Dipende dall’obiettivo che ci si pone. La gente vuole il ninja, se guardi un parkourer in azione ti viene da pensare “questo lo potrei fare anch’io”. Per il semplice fatto che è assolutamente vero che lo potrebbe fare perché sono movimenti naturali, scritti nei nostri geni. È in tutti noi. Le acrobazie no. Un assoluto neofita alla prima lezione già interpreta quello che gli mostro facendolo sempre più suo e lasciando uscire la scimmia che è in lui. E in tutti noi.

Comunque la performance che mi riesce meglio è portare le mie bambine al BAM. 

https://www.milanmonkeys.com/

Photo credits: Filippo De Dionigi