Articolo originale di Fabio Implicito

Una scalata assolutamente illegale di gru e grattacieli che si sviluppa di pari passo al bisogno di beatificazione social da parte dei più giovani. È “l’orizzonte” dei nuovi influencer, pronti a tutto pur di far parlare di sé. Anche a sfidare la morte

«Take only photos, leave only footprints». «Scatta solo delle foto e lascia le impronte dei piedi». È questa la filosofia alla base del rooftopping. Il termine, tradotto, significa banalmente “stare sui tetti” e proprio in questo consiste l’attività dei praticanti di un fenomeno – più social che sociale – che da alcuni anni spopola anche tra gli amanti milanesi del rischio. Peccato che, più che semplici tetti, si tratti soprattutto di gru e grattacieli posti a centinaia di metri di altezza. Una sfida alla morte senza se e senza ma.

Rooftopping, questione di “coraggio”

In ambito psicologico la paura viene definita come un freno che però, se sottoposto ai giusti stimoli, può trasformarsi in una risorsa per spingersi oltre i limiti e ridefinire se stessi. In un mondo in cui è sempre più profondo il deficit d’identità, ecco che un’attività folle come il rooftopping può diventare un mezzo per distinguersi dalla massa. Almeno finché, inconsapevolmente, gli stessi scalatori di grattacieli non finiscano nella trappola della società contemporanea, con il culto dell’apparire che diventa il credo principale e la sfida alla morte che corre sui social per fare incetta di like e views.

rooftopping

L’obiettivo diventa quello di essere virali, con quella voglia di emancipazione che si appiattisce sull’omologazione. Uno dei rooftopper della prima ora ha scritto in un blog i cinque motivi per cui ormai si è stancato della sua attività. In un passaggio, ha ammesso senza mezzi termini: «Sono stanco di vedere foto di piedi a penzoloni dai grattacieli». Immagini che ripercorrono schemi già oliati diventando mainstream. Basta scrivere #rooftopping su Instagram per finire in un mondo di post popolato da panorami mozzafiato, ma privi di quell’anima artistica che si nasconde dietro uno scatto.

Rooftopping, per diventare influencer del brivido

L’Urban exploring, ovvero l’esplorazione di siti abbandonati o in fase di costruzione all’interno delle grandi metropoli, è un movimento che nacque nella prima metà degli anni ’90. I pionieri si limitavano a varcare muri e recinzioni, anche illegalmente, per immortalare i panorami sorti dalle feroci dinamiche urbane. Alimentavano semplicemente una sottocultura come tante nate nel periodo del crollo delle grandi ideologie. Oggi la concezione del rooftopping – o urban exploring, appunto – è totalmente cambiata. Dietro il fenomeno si muove una serie più o meno nutrita di attività economiche.

C’è chi ha creato un proprio brand di t-shirt, chi sponsorizza il materiale tecnico utilizzato per le scalate e chi addirittura le colonne sonore che accompagnano i video. L’orizzonte dell’influencer, capace di guadagnare migliaia di euro con qualche selfie e story, si è insinuato anche tra gli scalatori di grattacieli. Se da un lato può essere un bene per le loro tasche, dall’altro incentiva pericolosamente lo spirito di emulazione tra i più giovani. Ovunque. Quindi anche a Milano.

Il Rooftopping è come una roulette russa

Gli ultimi casi di scalatori di grattacieli sono piuttosto recenti: un paio di giovani si è introdotto nel cantiere che porterà alla realizzazione della Torre Milano. Per loro non è stato difficile evadere i pochissimi controlli ed arrampicarsi fino in cima alle impalcature. Il tutto ovviamente ripreso con le loro GoPro e con droni al seguito, prima di postare i girati su Youtube con tanto di commenti gioiosi dei loro seguaci. Gran parte dei nuovi arrampicatori sono ragazzi giovanissimi intorno ai 20 anni. Ad alimentare le loro incursioni, una tanto sana quanto estremamente pericolosa incoscienza.

Scalare un edificio si può trasformare in una roulette russa, anche perché le arrampicate vengono eseguite senza alcuna protezione e i protagonisti sono costantemente alla ricerca di evoluzioni sempre più difficili e spettacolari. Ma gli errori fanno parte del gioco. E nella maggior parte sono errori fatali. L’esperienza in questa attività conta fino ad un certo punto: Wu Yongning, uno dei rooftopper più famosi al mondo, dopo migliaia di video che lo avevano reso uno star sul web, morì scivolando dal sessantaduesimo piano di un grattacielo. È questo il prezzo per la celebrità?

Rooftopping? No, parkour: intervista a Nicholas Meagher di Milan Monkeys

«Fare di tutta un’erba un fascio», più che un proverbio, può essere una sintesi perfetta. Il rooftopping viene spesso e volentieri definito anche parkour urbano. Così diventa un gioco da ragazzi accomunare i praticanti di questa disciplina con gli scalatori di grattacieli. Quanto c’è di vero? Lo spiega bene Nicholas Meagher, uno dei fondatori di Milan Monkeys, punto di riferimento in città per il parkour e l’Acrostreet dal 2006. La loro palestra, la Total Natural Training, si trova in via Val Maira, in zona Niguarda.

Nicholas Meagher di Milan Monkeys
Nicholas Meagher di Milan Monkeys

Facciamo chiarezza. Che cos’è il parkour?
«Nasce verso la fine dell’800 e a idearlo fu un comandante francese. Come da definizione, rappresenta il “percorso del combattente”».

Quindi è legato ad una sorta di disciplina militare?
«In origine sì. Era una pratica utilizzata in situazioni d’emergenza, soprattutto tra i vigili del fuoco. Il parkour risulta fondamentale per eseguire in maniera rapida ed efficace dei percorsi ad ostacoli».

E poi si è trasformato anche in una disciplina sportiva?
«Esattamente. Dal 2017 il parkour è anche riconosciuto dal Coni. È uno sport che segue regole molto precise e per molti versi può essere equiparato alle arti marziali».

Com’è iniziata la vostra avventura milanese?
«Nel 2006 sono stato tra i fondatori dei Milan Monkeys. All’epoca eravamo un piccolo gruppo di ragazzini appassionati di parkour grazie a riviste di settore. La Francia non è così lontana da noi, così è stato facile avvicinarsi a questo sport».

E poi?
«Da piccolo gruppo, pian piano siamo diventati una realtà strutturata. Grazie anche alla collaborazione con il Comune siamo riusciti a trasformare un capannone abbandonato in via Val Maira nel nostro centro polifunzionale, dove offriamo anche altre attività oltre al parkour. Da semplice passione, è diventata la nostra attività principale».

rooftopping

È uno sport adatto a tutti?
«Direi di sì. Noi iniziamo a fare corsi con bambini a partire dai quattro anni. È l’età in cui i movimenti del corpo sono ancora molto naturali e, in tal senso, iniziano ad avere le prime sollecitazioni. Cerchiamo di arricchirli, in maniera tale da sviluppare con la crescita movimenti sempre più fluidi».

E per chi vuole approcciarsi in età adulta, invece?
«Non c’è assolutamente un limite d’età. Una delle mie allieve ha 67 anni. I movimenti naturali fanno parte di qualsiasi età. Ovviamente l’approccio con una persona non più giovane è diverso, ma questo non significa che non si possano ottenere comunque ottimi risultati».

Insomma, siete dei bravi ragazzi attenti alle regole. Un concetto che stona con il rooftopping?
«Siamo due mondi completamente diversi. Il rooftopping non ha nulla a che vedere con il parkour. Nella nostra disciplina nulla è dato per scontato e si calcola ogni più piccolo dettaglio. Mi arrabbio quando veniamo avvicinati a certi sport estremi. Estrema è solo la nostra dedizione che ci porta ad allenarci 4/5 ore al giorno per raggiungere una conoscenza tecnica sempre più approfondita».

Cosa si nasconde dietro agli scalatori di grattacieli?
«Con i miei colleghi ci siamo interrogati più volte sul senso di certe attività. La risposta che ci siamo dati è solo una: visibilità. Si fa un video appesi ad un’impalcatura per avere qualche like e successo sui social. Si sfida la legge per entrare in un cantiere con tutti i rischi annessi. E dopo cosa resta?».

L’opinione comune, però, li associa al parkour.
«Anche dal punto di vista tecnico quelli che si vedono nel rooftopping sono movimenti completamente errati che, oltre a non aver nulla a che fare con il parkour, mettono a rischio la vita di chi li pratica. Va scardinato anche il mito della “verticalità”».

Ovvero?
«Chi fa parkour non punta all’altezza. Il parkour è l’esecuzione di un percorso».

Ma il pericolo fa parte anche del parkour.
«Ne è parte così come lo è in tanti altri sport. Le statistiche non mentono: gli incidenti nel parkour sono di gran lunga inferiori a quelli nel calcio e nella pallavolo. C’è anche una spiegazione a tutto ciò».

Quale sarebbe?
«Il parkour è uno sport di concentrazione come lo sono, appunto, le arti marziali. Il livello di tensione durante gli esercizi fa sì che l’attenzione sia massima riducendo i rischi al minimo».

«L’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia» è la frase di Nietzsche che apre il vostro sito. Come mai?
«La scimmia rappresenta quella parte umana dalla quale vogliamo distaccarci, ma che continua a vivere dentro di noi. Noi cerchiamo in qualche modo di farla emergere attraverso la riscoperta delle capacità motorie. Il parkour non è solo uno sport: è anche una filosofia di vita. È un approccio mentale che ci porta a superare le difficoltà e a crescere. È un invito a confrontarsi con se stessi, sempre».